Il tram è in ritardo. La borsa è sulle gambe, dentro chiavi, tabacco, fazzoletti e tutto quel che potrebbe servire.

L’aperitivo è un rituale culturale, in particolare a Milano, ma più in particolare oggi, a questo tavolo.

Diverse sono le opinioni a riguardo: c’è chi pensa sia indispensabile, prima di cena, spiluccare qualcosa insieme, poi, c’è chi ci rinuncia a prescindere – malgrado le critiche circa la perdita delle buone, sane e vecchie abitudini – ancora, c’è chi cede alle lusinghe di un buffet, o di un più comodo e più ricercato aperitivo al tavolo, ma solo per assolvere a un dovere sociale.

Intanto, è estate e fa caldo. Troppo per me, anche se sono del Sud. O forse è proprio perché sono del Sud che non amo l’estate, con il suo tempo sospeso. Nel mio paese tutto si ferma tra le 13 e le 18, quando regna la “controra”. Il mondo si addormenta chiuso tra pareti domestiche a godere del fresco, mentre fuori le cicale friniscono e i muretti ardono, lasciando brillare al sole cocci aguzzi di bottiglia. La stasi di quei interminabili pomeriggi opprime, al Sud come al Nord. Nessun muretto a secco, oggi. Quel che osservo è un profilo neclassico e vittorioso, che imponente si staglia in un cielo abbagliante e terso, ma è estate anche qui a Milano.

Poi, qualcosa accade e una leggera brezza arriva ad accarezzare gli stuzzichini patinati e le birre. Una termina, l’altra non proprio, ma tanto è solo un rito, si può saltare.

Alla retta via si contrappone un labirinto di pareti cinerine, ingombre di donne affrante, ma decisamente alla moda. Si scende nel ventre dell’architetto. Tubi, fotografie, soffitti bassi e soffocanti. Faretti illuminano snodi fashion, sedie con cuscini, anfratti, cucina, bagno. Qualcuno mangia e beve birra. Il corridoio è ingombro, pacchi, sacchetti pieni di oggetti in disuso, una TV catodica, piccola, grigia, probabilmente in bianco e nero. E la mia sagoma divisa in più quadrati mi guarda dalla fine del tunnel. Le braccia si spezzano, le gambe si interrompono, qualcosa manca. Forse sono un’altra. Forse è un altro modo di assemblarmi, che elimina il superfluo.

Immersa in un odore dolciastro, una bambina sconosciuta stringe un violino e punta i suoi occhi nei miei. Poi, il film inizia. È qualcosa di già visto a cui fatico ad abituarmi.

Ripeto e ascolto le stesse cose. Forse dovrei eliminare il superfluo, ma non so come si faccia. Partire dal contorno, da ciò che è socialmente accettabile e tagliarlo via. Forse si fa così. Ma eliminando il contesto, alla fine, non eliminerei anche il fulcro?

Cerco la risposta in una sagoma spezzettata da cui non riesco a staccare lo sguardo. Ho troppe domande in testa e nessuna in bocca.

Un abbraccio, grazie per la serata e un sorriso silenzioso. Fuori la brezza soffia ancora, ed è l’unica cosa che si muove.

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