Nell’Italietta dei finti democratici, ma assolutamente cristiani, si è giunti a dibattere con forza della questione dell’utero in affitto, denominazione spregiativa della maternità surrogata.

Il tutto non per ampliare il dibattito sulla fecondazione eterologa, bensì in vista dell’approvazione della legge Cirinnà, che regolamenta l’unione civile tra eterosessuali che non vogliono convolare a nozze e omosessuali che non possono unirsi in matrimonio, e che avrebbe dovuto regolamentare anche la stepchild adoption.

Guardando dalla finestra internettiana, quel che sembra è che i paladini del family day, per evitare di estendere i diritti civili a una parte della popolazione, discriminandola in base a preferenze sessuali, hanno innalzato lo spauracchio della maternità surrogata e che, ovviamente, gli Italioti del circo massimo e i sostenitori del “nessuno pensa ai bambini?” hanno abboccato.

Si è, così, giunti a parlare della maternità surrogata come pratica abominevole, violenza di classe o derivato dell’omofobia.

Utero in affitto, aborto e femminismo

A febbraio di quest’anno, a Parigi si è tenuto il convegno mondiale per l’abolizione universale della maternità surrogata dove, come scrive l’Huffington Post: “Femministe di ogni orientamento sessuale, ricercatrici, giuriste, medici, attiviste e attivisti per i diritti umani raggiungono la capitale francese da tutto il mondo per partecipare all’evento che rappresenta un culmine nella battaglia internazionale contro la gestazione per altri. L’incontro avviene con il patricinio delle massime istituzioni politiche francesi e con la partcipazione del CoRP (Collectif pour le Respect de la Personne), della CADAC (Coordination pour le Droit à l’Avortement et à la Contraception) e della CLF (Coordination Lesbienne en France).”

Il fulcro della questione è la disumanizzazione della madre surrogata che utilizza il proprio corpo come mezzo per dare la vita tramite fecondazione eterologa e senza voler riconoscere i propri diritti di madre.

Ora, se una delle lotte del femminismo riguarda il possesso da parte della donna del proprio corpo, quando si parla di maternità, surrogata o meno, si entra in un campo minato contraddistinto dalla costante presenza dell’uomo.

In una meravigliosa canzone de: “La Buona Novella”, DeAndrè nella sua visione dell’infanzia di Maria cantava “del corpo di una vergine si fa lotteria”, descrivendo, purtroppo, l’ancora attuale condizione della donna.

Certo, in parecchi Paesi la vendita di una donna non è legale, così come non è legale sfruttare il suo corpo a scopo di lucro, ma questo non ha mai fermato l’uomo occidentale che regala sempre nuovi modi per controllare il corpo della donna, come per esempio l’obiezione di coscienza.

Attualmente in Italia l’aborto è legale, eppure molto spesso è quasi impossibile scegliere di non portare avanti una gravidanza.

Del corpo di una donna, ancora oggi, sono sempre i sarcedoti a fare lotteria.

L’utero in affitto, similmente all’aborto, a mio parere, permette alla donna di esercitare in libertà la completa padronanza del proprio corpo. La scelta di far installare un embrione, portare a termine una gravidanza, farsi mezzo e non madre, denota libertà e non costrizione per il semplice motivo che sottoporsi alla fecondazione assistita non è passabile di coercizione: nessuno può installare un embrione in una donna inconsapevole. Ovviamente, per mantenere effettiva questa libertà, impedendo la nascita del giro di schiave madri, lo Stato dovrebbe regolamentare la pratica per tutelare tutti.

Utero in affitto e donazione di sperma

“Ma poi ad affittare l’utero sarebbero solo le donne povere”, urlano Micromega e le bacheche virtuali delle persone geniali che ogni giorno rendono la vita sui social piacevole quanto una medusa nelle mutande.

Esatto, è probabile che ad affittare l’utero potrebbero essere soprattutto donne con difficoltà economiche. Esattamente come a donare il proprio sperma – come succede in Spagna, Grecia e Danimarca, dove la donazione di sperma prevede un pagamento – è probabile che siano simpatici ometti in bolletta. E ancora, esattamente come a donare i propri ovociti per la fecondazione eterologa siano le donne in ristrettezze economiche.

Probabilmente, in un mondo capitalista e con poco welfare, saranno le classi più povere a scegliere di vendere la propria paternità o maternità.

Sebbene in Francia o in America alcuni uomini abbiano fatto della “donazione di sperma” il proprio mestiere, o in Danimarca si ammetta la donazione di sperma fino a un massimo di 25 figli, quel che bisogna condannare nel Bel Paese è la regolamentazione della maternità surrogata, poi, poco importa se lo sperma per la fecondazione eterologa provenga da uno o l’altro dei Paesi citati.

Perché prendere sperma da altre nazioni quando in Italia è legale la fecondazione eterologa? Perché in Italia la donazione di sperma e gameti deve essere effettuata su base prettamente volontaria e gratuita: è assolutamente vietata ogni forma di compravendita. La generosità, però, non è la prima virtù delle popolazioni capitaliste, e a quanto pare nemmeno degli italiani, che malgrado la legalizzazione della fecondazione eterologa non sono spinti a donare proprio nulla alle coppie non fertili, costrette ancora oggi a viaggiare verso Paesi che prevedono un tariffario per donazione.

Paternità surrogata e maternità in affitto

Mi sfugge la differenza tra donatori di sperma, di gameti e di utero. Legalizzare la fecondazione eterologa – cosa buona e giusta per evitare che siano solo le classi alte a poter ricorrere a questa tipologia di cura medica – avrebbe dovuto mettere sullo stesso piano sia i padri che le madri surrogate, eppure non è così.

Del corpo della donna si fa lotteria, mentre degli spermatozoi di un uomo non si parla, a meno che non siano di un omosessuale che sia ricorso alla maternità surrogata.

Poco importa se lo sperma di un eterosessuale lasci una scia di fratellastri in giro per lo Stivale, l’importante è che la donna non abbia il diritto di fare nulla col proprio corpo.

O quasi, perché volendo potrebbe donare i suoi ovociti, ma guai a portare avanti una gravidanza per altri, anche se per conto di una coppia eterosessuale in cui la donna è impossibilitata ad avere figli a causa, mettiamo, di una chemioterapia.

Che abominio.

Adozioni e fecondazione assistita

In molti lamentano questa volontà di maternità o paternità che stramente è diffusa tra coppie etero e omo. Se soltanto non volessero avere figli, non saremmo qui a dire che donare lo sperma va bene, ma impiantare un embrione in una madre surrogata è malvagità pura.

Eppure, anche le coppie non fertili vogliono allevare un figlio, crescerlo e curarlo.

Quale enorme abominio.

La risposta più semplice a questa necessità sarebbe l’adozione. Peccato, però, che la regolamentazione dell’adozione impedisca di fatto ai bambini di trovare dei genitori in tempi brevi e che in Italia sia interdetta alle coppie monogenitoriali e ai single.

Aggiungiamo che l’età per costruire una famiglia, in Italia, è cresciuta a causa della precarietà economica, e il risultato darà la fecondazione assistita.

Nessuno pensa ai bambini

Paolo Crepet sulle pagine dell’Huffington Post accusa gli adulti di voler a tutti i costi un bambino e dichiara: “Chi può pensare che un neonato strappato dalla madre non subirà alcun trauma psicologico da questo arbitrio? Chi si chiede come reagirà quell’adolescente quando saprà che sua mamma è stata scelta su un catalogo californiano al costo di decine di migliaia di euro? Chi l’ha detto che ad un bambino basta l’amore (lo sanno amaramente tanti genitori adottivi di fronte alla crisi adolescenziale dei loro figli)? Decenni di studi sulle teorie dell’attaccamento totalmente ignorate. E poi, se la coppia gay che ha avuto un figlio dovesse separarsi, c’è qualcuno che ritiene che non avere una madre, ma avere 4 padri sia la cosa più naturale e serena per quel piccolo?”.

Crepet condanna la maternità surrogata sia per coppie etero che per quelle omo, ritenendola un abominio e si pone dalla parte dei bambini, o almeno così dichiara.

Quel che dice potrebbe essere condivisibile: il trauma da separazione è comune tra orfani e bambini in adozione. Però, è anche vero che le crisi adolescenziali sono insite in tutti gli esseri umani, adottati o meno, figli naturali o frutto di fecondazione assistita, e a queste crisi l’unica cosa che possono opporre i genitori è l’amore, che a quanto pare non è abbastanza.

Il fulcro sarebbe il trauma dell’abbandono, ma se l’amore non basta ai figli nati tramite maternità surrogata, non dovrebbe bastare nemmeno per i bambini abbandonati e non riconosciuti dalle madri, che passano dall’ospedale ai servizi sociali, in attesa di essere adottati. Forse Crepet si augura la fine delle adozioni? Non credo.

Voglio sperare che Crepet, e chi come lui, non si augurino che i bambini senza genitori restino per sempre senza genitori solo perché subiscono il trauma psicologico dell’abbandono.

Ancorca, voglio sperare che tra affidare un bambino a una coppia monogenitoriale o lasciarlo da solo in un istituto, si preferisca dare a questo bambino una famiglia, anche se non “tradizionale” – definizione orrenda, omofoba e razzista coniata da cattolici ed esponenti di una certa destra di questo malato Paese.

Vorrei anche sperare che ai bambini basti l’amore dei genitori, ma non posso affermarlo con certezza perché non potremo mai controllare la vita dei nostri figli e nemmeno le loro crisi emotive.

Quel che possiamo fare è costruire un futuro democratico, dove la gente non venga discriminata per le proprie preferenze sessuali, per la religione o per il colore della pelle e donargli quel che sembra non contare: l’amore di una famiglia che ha voluto averli e crescerli.

In uno Stato del genere le adozioni verrebbero allargate a single e coppie monogenitoriali, permettendo a più bambini di avere una famiglia. In uno Stato del genere l’essere figli di una fecondazione assistita sarebbe normale e non una cosa di cui vergognarsi.

Ma nessuno pensa ai bambini, così non lo creiamo.