Non so nuotare, ho mal di mare anche sul pedalò e non mangio pesce, ma amo il mare. Non ci sarebbe alcun motivo, in effetti, se non fosse per la mia ammirazione verso gli uomini-polpo: esseri dalla testa abnorme e arti molli come dei tentacoli.
No, non sono così intelligente da citare Lovecraft, questa nuova razza non incute terrore e non ha nulla a che fare con alcuna divinità però, fa ridere.
E’ un popolo allegro, molto paziente e poco avvezzo alle cattiverie, sebbene non sia il caso di stuzzicarli: se indispettiti reagiscono spruzzando inchiostro in faccia. Alcuni, i più spietati, arrivano ad uccidere mordendo in testa il nemico. Pratica, questa, molto diffusa anche fra i baresi (non tra di loro, ma con i polpi), e che quindi mi appare più una normale esternazione del proprio essere che un atto di crudeltà o perfidia.
Sebbene il getto d’inchiostro mi riempia di sana invidia, il vero plus di questa razza sta nell’ondosità del portamento: braccia e gambe tremolanti ricordano il perpetuo andare del mare. Galleggiano sulla terra ferma al ritmo di una musica inesistente.
Braccia e gambe molli sono utilissime per due buoni motivi:
1. Conferiscono maggiore agilità, non corrono, ma scivolano sul terreno dribblando i lenti passanti che incontri quando sei in ritardo e arrivando in tempo alla fermata del bus. Si racconta, infatti, che nessuno di questi esseri abbia mai perso un tram.
2. Sprigionano allegria, chi potrebbe restar serio e afflitto di fronte a movimenti polpo-ondosi che ricordano la hula? Io no.
Certo, riuscire a comunicare con loro è una sfida non da poco: la loro lingua monosillabica, infatti, può essere ostica per i profani. Essi si esprimono solo con sequenze di “TU” eppure non sono creature primordiali o arretrare, poiché ci vuole una grande dose di arguzia per riuscire a costruire discorsi dotati di senso utilizzando una sola sillaba.
Sì, forse è per loro che amo il mare.
O forse no.
Tu-tu tututu.