All’estate manca la voglia e il vestito; di certo non la semplicità.
Le azioni diventano rade, faticose, resta dunque l’essenziale, che si sa, è invisibile agli occhi.L’estate non pensa, non si muove, resta pigra. Compie solo lo stretto necessario, per rimarcare di averlo fatto – come se fosse importante “fare qualcosa”.
E’ estate, ma bisogna cucinare per mangiare, per l’apparente benestare, perchè altrimenti c’è solo il biasimo.
Così rigiro tra le mani uno a uno tutti i cliché: un getto freddo può ripulirli, farli apparire più invitanti. Ne mangio alcuni, lì, in piedi, vicino al lavello. Lascio che si spacchino e si sparpaglino in bocca. Soppeso le alternative, gli ingredienti son quelli, ma devo fare i conti con la voglia.
Quando si vuole, si ottiene. O si cerca di ottenere. Semplice, no?
A volte ci sussurriamo nell’orecchio, magari canticchiando e contenti di noi stessi, che sì, l’abbiamo avuto quel che volevamo, e sembra una vittoria. Perché è semplice ingannarsi: sono solo parole, cavilli.
Non mi piace la semplicità, non esiste in natura. Nasconde un’anima banale rivestita di pomposa ironia e di autocompiacimento.
La schiettezza è molto più invitate, anche se non esiste nella nostra cultura. In cucina, però, premia. Affondo l’indice nella polpa, scavo il fulcro duro, strappo via la sua pellicola – così sottile, così opaca – e lascio sfrigolare ciò che resta, apertamente. E’ tutto così è semplice, come una deduzione ovvia. Una spruzzata di lieve freschezza si rifrange in piccoli cristalli, che specchiano i colori finchè non scompaiono. Anche la semplicità ha i suoi ingredienti, i suoi tempi. Ma non mi piace. Però non posso che indicare questo come il mio piatto preferito. Ha il gusto di altre difficoltà e complicazioni. Il sapore della Terra e l’odore di tronchi nodosi. No, non è un piatto semplice. E’ schietto.

Ingredienti: pomodorini freschi, basilico, sale, olio, peperoncino, spaghetti di grano duro