Il sole rende tutto più bello. E poi, Roma è stupenda quando risplende.
Anche se non hai più la borsa di studio, perché ti sei laureata, e anche se non ti pagano lo stage, eppure sei così brava, va tutto bene perchè c’è il sole ed è domenica, o forse sabato.Non è importante il giorno, ma la stagione.
E’ primavera e c’è il sole in piazzale del Verano. Proprio qui, alla fermata dell’autobus.
C’è il sole e il cimitero, che dicono essere il più bello di Roma. Non ci sono mai stata, anche se è sempre alle mie spalle quando aspetto.
Di lei ricordo il viso e le emozioni.
E’ anziana, ha capelli bianchi raccolti sulla nuca – o forse sono radi boccoli? Le manca qualche dente e altro ancora. Traspare dagli abiti – di cui non ricordo nè il colore, nè il taglio – questa vacuità, eppure non è trasandata: i vestiti non sono sporchi, credo. O forse voglio ricordarli puliti.
A Roma, quando c’è il sole non è un problema aspettare l’autobus, anche se il 542 non passa mai. Non che un altro mezzo sia più celere. Di certo, non quelli che legano il centro alle periferie meno importanti, come quella in cui vivo.
Lei è accanto a me, credo che ci siano anche un altro paio di persone – ho il ricordo di una signora dai capelli lunghi e neri, con occhiali da sole come frontino – ma sono un silenzioso numero, un sordo brusio capace di leverasi in ritmate invettive ai danni del conducente del 542.
Lei guarda la strada, come tutti, ma non è impaziente. Ha con sè una schiscetta vuota, ormai è pomeriggio e l’ora di pranzo è passata da un bel po’. E’ una giornata assolata ma non calda e c’è una lieve brezza, non pesa restare in attesa della 542. Sì, ho usato il femminile. Vivo a Milano e qui si usa il femminile per indicare l’autobus, o meglio la linea dell’autobus, e il maschile per il tram che sembra non avere una linea, ma solo rotaie e pantografo. Mentre a Milano si differenzia, a Roma è tutto più semplice: si usa sempre e solo il maschile. Ed è anche più strano: non si dice “bus” per abbreviare il composto, ma si usa la prima parte della parola, ossia “auto”. Mi divertono queste diversità, così ci gioco: dato che la storia di cui parlo è di Roma scriverò “auto” per riferirmi all’autobus numero 542 – userò una sineddoche – ma poiché la scrivo a Milano, utilizzerò il femminile o il maschile in maniera indifferenziata, lasciandomi giudare dalla mia ispirazione.
Non ho mai capito perché gli estranei si aprano così tanto con me. E’ una cosa su cui mi arrovello da sempre: tutti quelli che non mi conoscono mi trovano fredda, algida, eppure gli sconosciuti sono quelli che mi parlano con più facilità. A volte penso di ispirare fiducia, ma più probabilmente sono soli, e parlerebbero con chiunque. O forse lo vedono anche loro, lo colgono dai jeans e la maglietta aderente, chi sono, e mi parlano. Cercherò di capirlo prima o poi, nel frattempo ascolto e scrivo.
Ogni giorno mangia in compagnia degli amici morti. Il primo lo consuma sulla tomba della sua migliore amica, quella che non l’ha mai fatta sentire sola quando Lui è emigrato in Germania. Il secondo, invece, lo divide con l’altra amica, quella che è sempre a disposizione, che ti vuol bene e a cui vuoi bene, ma con cui non c’è nessuna affinità. E’ l’amica per procura: la moglie di un amico, l’amica di un’amica. E’ simpatica, ma resta di contorno. Quel contorno che mangia con il secondo, proprio lì accanto, sulla tomba del suo amico, il marito di cui prima. Non ha caffè nè dolce, ma si sposta fra i tumoli degli amici raccontando loro le novità. Il che non vuol dire che ogni giorno le succeda qualcosa, la novità non vive nel presente, ma in quel che non hai mai raccontato.
Ogni giorno mangia con gli amici e non c’è mai un silenzio imbarazzante, specialmente in primavera. Ci si sente meno soli quando si aprono le finestre e il chiacchiericcio dei vicini si riversa in cucina. Così, prepara la cena e il pranzo del giorno dopo con Paolo e Giovanna che litigano per via del cane, o Francesca, che ha ripreso ad alzare il volume dello stereo e a cantare quando vuole estraniarsi. Non caccia mai nessuno dalla sua tavola, nemmeno quei due – come si chiamano? – quella coppia giovanissima che non fa passare un giorno senza litigare. Con Lui, invece, non ha mai litigato. Lui la rispettava, le voleva bene, la manteneva. Ha voluto essere sepolto lì, in Germania, e non può andare a trovarlo, ma parla anche di Lui quando mangia con gli altri, con chi è rimasto a Roma, al suo fianco. E non importa che adesso sono tutti lì, al Verano, tanto non è mai sola quando arriva la primavera. La finestra aperta non serve a volar via mio caro Peter Pan, ma a far entrare: accoglie.
Certo che è bello questo sole, qui con il Verano alle nostre spalle. Il suo viso si illumina, il sorriso sdentato è sincero. Sento una stretta allo stomaco e una pressione sugli occhi. Porto le mani dietro la schiena e conficco le unghie nelle braccia: cerco di procurarmi un dolore più acuto, o quanto meno fisico, che mi permetta di continuare ad ascoltare.
L’auto arriva. Qualcuno si lamenta, lo fa anche lei, più per emulazione, che per altro. L’autista la chiama “mamma” e si scusa alla maniera dei romani: la prende in giro bonariamente, così tanto da far cadere le accuse e cambiar discorso.
La seguo, mi metto al suo fianco mentre cerco il libro nella mia borsa. Non voglio leggerlo, solo toccarlo: ho bisogno di sentire che sia a mia disposizione, di essere certa che potrò infilarmi in un dramma rassicurante senza apparire maleducata, di poter sparire piano piano tra le pagine, nascondendomi tra le righe, ma senza assumere un significato. Essere significante, per non farmi colmare. Sarebbe bello riuscirci, ma per fortuna non accade mai.
A Roma quando c’è il sole tutto sembra più bello, anche se si aspetta l’auto da venti minuti.
Lascio il Verano alle mie spalle, non ci sono mai entrata, poi torno a casa a preparare la cena. Apro la finestra e parlo mentre aspetto che rientrino le mie coinquiline. Racconto la mia giornata, mi invento un aneddoto che non è mai accaduto, certa che domani, al Verano, qualcuno lo commenterà.

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