Quel che ho sempre pensato, e di cui sono certa, è che non sono brava a scrivere. Faccio ridere, in tutti i sensi. Conosco i miei limiti e le mie capacità, sono brava in altro, per esempio nel mio mestiere: so esattamente cosa è meglio realizzare per un Cliente, e come fare affinché si sia in tutto in ordine per tempo.
Un’altra cosa che so fare è criticare: non riesco a non esprimere il mio parere, a giudicare. Non per niente il mio sogno nel cassetto è sempre stato di lavorare come editor. Ma quel cassetto resta chiuso, così sono qui a scrivere delle cose che mi succedono, le mie ricette mal riuscite.
Malgrado la mia naturale propensione all’analisi e alla pedanteria, vivo un rapporto conflittuale con critiche e complimenti. Anzi, deviato. Ne ho bisogno, ma nel contempo non riesco a crederci. Devo esprimerli e ascoltarli. In questo periodo, dopo queste elezioni, poi, non riesco a cambiare argomento di conversazione o di lettura.
Considero le critiche costruttive perché spingono a riflettere, anche quando fanno male. Questo sempre dopo la fase del rigetto, quella che nasce dalla pancia e porta gli occhi a serrarsi su quel che non mi piace. Non posso negare di aver provato a lasciare le critiche sopite. Lo faccio spesso, ma non riesco a cancellarle: sono lì e ci rimugino, in continuazione. A volte riesco a correggermi. Di solito succede per la scrittura. Maturo solo in quella, credo. Nei rapporti interpersonali, invece, no. Con amici, uomini, famigliari resto io con il mio grande ego, le mie convinzioni, e il mio caratteraccio.
A volte l’ironia arriva in aiuto, stempera, sdrammatizza, ridimensiona. Questo blog ne è un esempio, un luogo in cui prendo in giro me stessa e gli altri. E critico, me stessa e gli altri, cercando di far ridere chi legge.
Se la critica è inalienabile e positiva, come sono i complimenti? Non so, non ne faccio mai. Suonano falsi. Quelli che ascolto, quelli che pronuncio. Fanno piacere, certo, ma non sono come le critiche: non spingono a pensare; sono palloncini pieni di elio, leggeri e volatili, sfuggono via dalle labbra, sbattono contro il soffitto della convenienza e subito corrono fuori dalla finestra perdendosi nel tutto, cioè nel niente. Le critiche, invece, sono vere, ragionate; siedono con te sul letto, e ti vedono per quel che sei, non per quel che mostri, anche quando quel che vuoi far vedere è un aspetto falso. Indossare maschere rassicura, lo facciamo tutti. Ci vuole coraggio a mostrarsi nudi, e non lo si è mai fino in fondo. Coprire il volto con paillettes e glitter colorati, però, è una decisione, che non può essere esente da critiche. Per questo, quando le critiche arrivano da estranei valgono più dei complimenti, in proporzione di una a quattordici. Perché proprio questo numero? Dietro non c’è nessun calcolo astruso, nessuna aritmetica del fascino, ma solo una fortuita constatazione della realtà, insomma, una banale casualità. E quel che posso fare è restare qui ad aspettare quattordici falsità per una sola verità.