Alla fine si può fare ben poco, se non guardare. Gomiti appoggiati, mento fra le mani e sguardo fisso su una ciotola verde. Lo facevo anche io, tempo fa, persa tra quelle mani sempre più segnate, che lottavano in una coppa bianca. Ma non faceva male. Combattere, per una volta, non faceva male. Tutto ritorna agli occhi, ed è inutile memorizzare le quantità. Puoi solo guardare e cercare di capire. E’ frustrante, lo so, e viene naturale chiedere, domandare. Vuoi quantificare. A suo tempo l’ho fatto anch’io. E la risposta è la stessa: “non lo so, devi guardare, te ne accorgerai da sola”. Che sia il fondo del pentolino o la pasta tra le mani, sorridi e consigli di restare seduta al tavolo e guardare.
Ho passato anni a osservare gesti, consistenze e quantità, prima di provare. Ho riscaldato l’acqua, aggiunto il sale (sempre e solo dopo l’assenso dell’esperta) e setacciato la farina. Non so se sia servito, guardare, eppure lo dico anche io: “stai qui, guarda come deve essere la pasta”. Deve filare, essere elastica. E’ pura manualità, non si può quantificare, nè descrivere: bisogna esperirla, non c’è scampo. Eppure…devo farlo io, tu devi guardare. Non so se serva, ma è bello mostrare gesti antichi. Forse è il narcisismo dell’esperienza che ti spinge a dimostrare di avere occhio, forse non vuoi che l’impasto venga male e vada buttato. O forse, semplicemente, vuoi essere tu a cucinare, e che gli altri restino a guardare e a giudicare.
Sono buone, ma non sono come quelle di mamma.
Ingredienti: 2/3 di farina di semola di grano duro, 1/3 di farina 00, 1 panetto di lievito di birra per 1 kg di farina, acqua e sale q.b.

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