Non avevo deciso da dove provenissero, se dal cielo o dal mare, però avevo deciso che erano divertenti. Valeva la pena provare a imbrigliare i pensieri con delle stelle, così le indossai. Non avrebbe cambiato nulla sapere se erano state scalciate da un cavalluccio marino o  se si erano stancate di restare appese nel cielo, ormai erano mie. Erano finite tra le mie mani, prima, e nei miei capelli, dopo. Sembravo più piccola, quando già lo ero e potevo concedermi il lusso di diversificare i sogni, ciocca per ciocca.
Oggi le ho riviste. Le mie stelle chiudono le porte ai fastidi, o almeno dovrebbero se le ante riuscissero a restare attaccate ai cardini.
Da piccola sognavo di raccoglierle con un retino e di poterle usare per viaggiare in tutto il mondo. Sgattaiolavo nella camera matrimoniale dei miei genitori e seduta sul lettone cambiavo lo sfondo con una semplice parola. Erano dei passaggi, che si attivavano solo sfregandoli. Un gioco infantile che mi lasciava spettatrice, inerme di fronte ai miei stessi sogni che potevo solo catturare. Lì, sul lettone, ho fatto la mia scelta che non so come cambiare. Attorcigliavo fantasmagorie a ciuffi biondi con stelle grigio perla. Adesso sono inutili sigilli per pericoli con le ali; non le indosso più: i pensieri sono liberi di scompigliare.