Quello lì, quello giallo.
Strette vie in salita, che si lasciano scoprire a ogni passo. Dondolo tra profumi intensi, che lascio scivolare sulla pelle e sui capelli arricciati dal sale.
Il cielo grigio non riesce a domare i colori o forse sono io che non voglio perché è più semplice sognare, scappare. Ricominciare senza finire quel che prima si è cominciato non ti rende colpevole, però ti costringe a mantenere le mani ferme. Codardia o semplice attesa? E ci si rifugia in quei colori che frastornano e ti impediscono di pensare.
M’immergo, li ricerco e li ritrovo in secchi neri ai lati di una porta a vetri.
Mi piace giallo, è così bello. A volte ciò che è bello viene additato di futilità o vanità. Effimero, certo, ma utile: colora; vorrei esserne capace anch’io.
Peccato non aver mai saputo usare i pennarelli: non riesco a stare nei bordi, lascio macchie sul foglio e non scelgo mai i colori giusti. Fogli sbavati che i magneti non riescono a tenere incollati al frigo; scivolano via di notte o al primo spiffero. Quel che resta sono dita imbrattate e impronte accartocciate sotto il tavolo. Ma è difficile pensarci mentre vicoli orientali si aprono a una via golosa e sbattono in faccia i loro colori. Un richiamo non dettato dalla ragione, un invito a seguire un guizzo, a realizzare un destino che per fortuna un altro ha rifiutato.

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