Un cappello rubato e acciottolato grigio, sconnesso, in cui resti incastrata coi tacchi.
Una cornice che resta impressa in fondo, sempre pronta a risalire per consolare, ammaliare, far sognare.
E manca. La ricerca della bellezza manca.Quella che ti sorprende all’angolo di una via e che resta lì alla portata di tutti. Quella su cui ci si siede, si lasciano bottiglie vuote,  e coperte consunte.
Nulla è nascosto, ti esplode in faccia e ti sembra normale e impensabile, ma non dà assuefazione.
Fantasmagorie consolatorie che prendono la forma di tartarughe o frontoni dorati.
Rinnegata troppe volte, criticata, lasciata nella naftalina perché faccia meno male.
Eppure non è cambiato molto, solo che adesso è una ricerca chiusa da vetrate su un’unica vista.
I sogni restano quelli, gli effetti anche.
Lo faccio ancora, al riparo dal sole e dalla pioggia, senza quel contorno inutile e rassicurante, che avevo imparato a non vedere.
Un biscotto austriaco mangiato tra menorah e maghen David, un fico che cresce rigoglioso al centro di tutto, un passato glorioso dato in pasto ai gatti, per stordirti, addormentarti, ritrovarti.

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