Il bello delle manifestazioni come Wine Love è che non devi vergognarti di essere sola se hai un blocchetto e una penna. Tutti pensano che sei lì per lavoro e non una sfigata con propensione all’alcolismo.
Ma prima di bere devo mangiare: è mezzogiorno e non ho ancora fatto colazione. Così vado di cappuccino e brioche e ciò mi procura insistenti occhiatacce da parte di uno dei barman. Ci manca solo questo, come se non bastasse svegliarsi all’alba delle dieci la domenica mattina, immetersi in una Milano che sfoggia tutto il suo grigiume e sopportare la pioggerellina sottile e insistente, che scivola ovunque: nella sciarpa, nel giubbotto, nelle scarpe.

Tutto per bere bene e tanto. Ciao a tutti, mi chiamo Titty e sono un’alcolista.
Appena entro mi si vuole offrire da bere. Considerato il cappuccino, rimando “a più tardi” e mi stupisco di me stessa. Mi basta poco per capire che la manifestazione è dedicata agli addetti ai lavori più che ai bevitori della domenica. Con il cappuccino ancora in circolo mi aggiro tra gli stand, il vino scorre a fiumi, cosa che gradisco sempre tanto: mi piace bere, credo si intuisca, ma non ne capisco molto. Un po’ come la pittura e la musica: mi lascio emozionare, ma non sono un’esperta. Certe cose funzionano meglio se non le studi. Questa, almeno, è la mia scusa ufficiale. Il problema è al ristorante o a manifestazioni come questa, quando il sommelier versa il vino, aspetta che bevi e ti guarda in attesa di un responso. E io odio giudicare qualcosa senza avere le basi per farlo. Quindi opto per la tecnica: vado, assaggio, sorrido complice e mi allontano.  Nella mia ignoranza, comunque, ci tengo a segnalare delle cantine tra quelle presenti, che mi hanno colpito. Una pecca: i produttori erano pochi: il giro tra gli stand si esaurisce ben presto e questo non è mai bene. Scambio due chiacchiere con una ragazza che presenta una cantina pugliese – è più forte di me, devo conoscere tutti i pugliesi che incontro a Milano – assaggio il vino, poi lascio spazio ai veri compratori. Mi avvio verso i tre stand, molto tristi, che dovrebbero attirare i curiosi. Il primo è di una scuola di cucina, il secondo ospita un cioccolataio che però fa sempre la stessa ricetta, nel terzo delle chef-massaie insegnano a stupire gli amici in soli venti minuti usando cibo precotto. Proprio accanto c’è la cucina dove 5 chef (di cui 4 uomini) dei ristoranti più importanti parlano di qualità delle materie prime, di amore per il proprio lavoro, delle esperienze estere. Una sfida impari, per professionalità, per genere. Un risotto per Milano fa funzionare Wine Love, invoglia i visitatori a restare, attira i curiosi e regala emozioni che si sposano bene con il vino che bevo, o almeno così mi sembra. Di certo è ciò che mi fa restare fino alle otto di sera.
Oltre alle cantine: Zorzettig, Cavit, Castel di Salve, San Gregorio Valdobbiadene