Odore stantio, forse polvere vecchia di qualche decennio, misto al fresco tipico di certe cantine. Un odore che tutti conosciamo bene, anche se non siamo mai stati in una cantina o in una stanza chiusa da anni.
Ce lo portiamo dentro, quell’odore.

Non è polvere, è solo il tempo che passa. Per questo è sgradevole. Sapere di essere alla fine, di avvicinarti di più ogni giorno che passa. Di decadere fisicamente e mentalmente. È l’odore che fa storcere il naso e aumentare il passo, come se si potesse voltare le spalle al tempo e ignorarlo.
L’ho respirato mentre una ventata di aria fresca mi investiva.
Ma non era una cantina, solo un semplice portone. Niente grate alle finestre, niente retina arrugginita e carica di polvere. Era un portone vecchio, che dava su un androne ancora più vecchio. E grigio. Nel senso della vernice, grigia. A dire il vero per le sue dimensioni sembrava un armadio, solo era grigio e vecchio.
Una delle due ante era aperta. Ho voltato la testa in maniera automatica, senza interrompere o variare la mia andatura.
Un pianoforte a mezzacoda nero, coperto da un panno bianco era lì e suonava.
Ho sbattuto gli occhi e spento il mio ipod. Mi sono fermata dietro l’anta chiusa, lontana dalla frescura, vicino a quell’odore, nascosta al pianista. E ho rubato la sua musica, ho intascato Casablanca.
Ferma, incurante delle occhiate degli automobilisti. Immobile, di spalle alla musica, perfettamente parallela a quell’anta chiusa.
Chi suonava era già passato ad altro: si stava esercitando. Non era brava, almeno così credo, ma io non me ne intendo. Probabilmente era solo piccola. Ma sì, in quel portone c’era sicuramente una ragazza. Una bambina. Sorridevo nel bel mezzo di un’esercitazione senza chiaro nome.  Un paio di passi mi avrebbe permesso di vedere tutto. O anche una leggera flessione del busto. Ho ripreso a camminare, avevo già quel che volevo.

Ricetta consigliata per riprendersi il proprio tempo e lasciare andare a briglia sciolta i pensieri e i sogni:

Pausa caffè, con biscotti

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